Gazzetta di Parma,16 febbraio 2008
ll Subbuteo non è un gioco: è molto di più. Un rito, un pezzo di storia, un compagno fedele per generazioni di malati di calcio. Oggi e scomparso, o quasi: è diventato un oggetto per collezionisti (fare un giro su eBay per credere). Dopo lo straordinario boom degli anni Settanta e Ottanta, ha perso la battaglia contro la tecnologia: il mercato ha decretato il successo dei videogiochi. Ma chi oggi impazzisce per Pro evolution soccer e non ha mai provato a dribblare un avversario a colpi di indice, proprio non sa cosa si perde.
“ll Calcio in punta di dito” era tutta un’altra cosa. Tecnica e poesia insieme. Meno realismo, certo: ma c’era l’anima, dentro. Sarà retorica, ma forse è giusto cosi: il Subbuteo ha fatto il suo tempo, resta legato a un calcio che non c’è più. Anni in cui le squadre avevano le proprie bandiere: Beppe Bergomi non si sarebbe mai sognato di lasciare l’Inter, o Gaetano Scirea la Juve. Il Subbuteo era un gioco per gli anni di “Scusa Ameri, sono Ciotti”, non per questi, del calcio-spezzatino e dei calciatori mercenari. Oggi, il Subbuteo viene celebrato in un libro, “Vite in punta di dito” (edizioni Boogaloo Publishing, 180 pagine, 15 euro): il curatore è Luca Ferrato, nostalgico del panno verde come tutti gli autori. E’ una raccolta di racconti, testimonianze, divagazioni varie: tutte legate al mito del Subbuteo, ai mille ricordi. Il libro sarà presentato oggi a Fidenza (libreria “La vecchia talpa”, via Gramsci, ore 18) da Ferrato e da due “giocatori” della squadra di autori: Luigi Bolognini,giornalista di Repubblica,e Roberto Gotta, direttore di “Mister Football”.
ll Subbuteo era un rito, prima che un gioco. Ferrato ricorda gli anni in cui cercava con gli occhi le scatole verdi delle squadre, entrando in un negozio di giocattoli; e ammette la scarsa imparzialità del suo indice, quando giocava da solo: finiva sempre che a vincere era la squadra del cuore.
Gotta confessa di custodire ancora i quaderni sui quali annotava tutti i risultati e le tribunette che aveva realizzato da solo (quelle “ufficiali”, bellissime, non poteva permettersele).
Bolognini inventa un racconto, con un parallelo tra Baggio-di-plastica e Baggio-di-carne. Con il viavai dal colorificio, per aggiornare, anno dopo anno,la maglia del primo (e dei suoi compagni),via via con i colori del Lanerossi Vicenza, della Fiorentina, della Juve,del Milan, del Bologna, dell’Inter, del Brescia. Finisce con la rivoluzione del Baggio-di-plastica contro l’invasore, la Playstation. E con una convinzione: erano più belli il calcio e il Subbuteo di una volta. Con l’amico che era scarso a giocare ma bravissimo a fare le radio-cronache: rigorosamente imitando una celeberrima voce roca.
Claudio Rinaldi
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